MAURO CORRADINI
- Introduzione in catalogo per la mostra di De Lucia alla Galleria
Ferrari di Suzzara - 7 Marzo 1970.
De
Lucia non è arrivato per caso, né molto presto alla scultura.
Vi è anzi arrivato dopo un lungo travaglio interiore e dopo una
fase di inattività (crisi di "crescenza" direi, se il
termine non avesse un eccessivo sapore politico) e di questo curriculum
ne è la prova la sua biografia.
I motivi di questo travaglio e di questa crisi sono, ovviamente, molteplici.
Principalmente mi pare giusto segnalare il clima artistico in cui si trovarono
immersi i giovani che nel primo dopoguerra si affacciavano al mondo dell'arte,
essi erano, diciamo così, "condizionati" dall'esuberante
neorealismo postbellico, quasi subito (siamo negli anni cinquanta), forse
in modo spesso più polemico che pittorico, a questo movimento si
oppose l'astrattismo. E di fronte a queste tendenze così opposte,
e pure così ricche di fascino e di attrattive, molti si "ruppero"
di dentro ed entrarono in crisi: tra questi De Lucia, né mette
conto rilevare che per molti questo contrasto fu stimolo per nuove ricerche
e per personali conquiste.
De Lucia cioè si trovò nell'intimo dissidio che investe
gran parte dei giovani che escono dalle scuole: il dissidio tra una cultura
ufficiale, accademica, ricca spesso di trinoline, e la cultura più
viva, più umana del mondo quotidiano. Questo contrasto tra realtà
e retorica, o meglio tra cultura e retoricume, investe più o meno
tutti gli Artisti, o semplicemente tutti quelli che hanno o vogliono "dire"
qualcosa. De Lucia soggiacque (un soggiacere di crescenza, abbiamo detto
prima, di maturazione; che non è una passiva impossibilità
espressiva, ma è studio, ricerca di sé) per alcuni anni
a questa impossibilità di dire attraverso gli studi accademici,
proprio per il contrasto esistente tra lo strumento espressivo che aveva
come possesso di eredità e i nuovi contenuti che urgevano in lui
e che a questo linguaggio non si confacevano o, per meglio dire, per cui
il linguaggio non era più significante.
Perché tale è il problema che travaglia molti nel mondo
dell'arte: se sia possibile "rompere" con la scrittura borghese
che condiziona il nostro dire attraverso una nuova forma espressiva, o
ancora, se sia possibile attraverso la forma e il dato "borghese"
creare un modo espressivo "non borghese". De Lucia, almeno io
credo, ha risolto il problema "gordiano" nel secondo modo; poiché
non esiste un linguaggio che non sia istituzionalizzato, ha agito e agisce
nello stesso modo in cui aveva già risolto con l'operare tra realtà
e retorica. Non è solo il linguaggio un dato istituzionalizzato
ma, come sempre nell'arte, è il modo d'uso che lo risolve e lo
condiziona. Ponendosi nel recupero di una realtà, umana in quanto
tale, in quanto proprio dall'uomo (e più oltre vedremo in che modo)
ha evitato di cristallizzarsi in formule non significanti ed ha altresì
evitato di perdersi in una sperimentazione il più delle volte gratuita
e fine solo a se stessa.
Che è, del resto, l'operazione più logica.
Non per nulla De Lucia ammira il Quattrocento, la prima manifestazione
di arte moderna all'interno dei contenuti istituzionalizzati dell'arte
medievale. E nel contrasto tra impegno/disimpegno (poli che assai sovente
si unificano, quando l'impegno umano non si realizza modernamente sulla
tela o nel bronzo ripetendo ritrite ed inutili omelie; o quando l'impegno
pittorico si frantuma nell'evasione dal mondo alla ricerca di paradisi
onirici o inesistenti; o quando altresì si confonde l'impegno umano
con modernità artistica, per cui scadiamo, o possiamo scadere nel
fumetto sociologico), De Lucia pone come cardine del suo discorso l'uomo
nell'atto della sua "presa di coscienza".
Di fronte ai mali che travagliano la nostra società, dall'apatia
al consumismo (e qui entrerebbe, non collaterale ne inutile, il discorso
sulla mercificazione anche dell'opera artistica: discorso cui De Lucia
è sempre stato, nei suoi interventi critici, attentissimo), dalla
morbosità alle immoralità universali che letteralmente bruciano
la nostra quotidianità. De Lucia compie la sua operazione totale,
non già, o meglio non solo nell'atto della denuncia, proprio per
le remore sull'impegno artistico cui prima facevo menzione, ma nell'atto
della "presa di coscienza" appunto, che è più
totale in quanto congloba i sé non solo la possibilità negativa
della denuncia, ma anche la possibilità positiva dell'uomo nella
sua interezza.
Un altro dato mi preme ora sottolineare: ed è la presenza della
cultura letteraria in De Lucia: cultura che agisce come stimolo, come
confronto, non già come illustrazione, ed anche come senso nostalgico
verso una conoscenza e verso un'espressività cui ha sempre teso
come uomo e come Artista; per questo anche i suoi titoli sono spesso desunti
dalla classicità greca e latina: simbolo fors'anche, e consapevole,
della possibilità universalizzante del messaggio dell'artista moderno.
La rassegna qui raccolta presenta alcune sculture e opere grafiche dell'Artista
bresciano. I bronzetti "inediti" di questa personale chiariscono
immediatamente l'essenza del suo discorso.
Sono i "feticci" (nel suo valore più letterale) del nostro
tempo, esacerbati e smitizzati dal valore plastico dell'opera: sono il
sesso, il divismo della nostra civiltà nel loro dato più
essenziale e, direi, più impoetico, non scaturisse dal fondo stesso
della sua operazione artistica in dato poetico nella volontà di
recuperare la nostra umanità.
Eguale discorso si può fare sul grande bronzo "Demon-Archia":
qui il dato letterario, nel senso cui facevo prima menzione, diviene pretesto
rappresentativo di una dimensione inarticolata della brutalità
del vivere quotidiano; anche qui un "mito" del nostro tempo
(della guerra come "male necessario", per esempio, o della fame
come male incurabile per esigenze geografiche, …) viene dissacrato
e reso nel suo aspetto di morte, di rapacità, di volontà,
di violenza (queste costole che sembrano artigli, o quei capelli tumefatti
che sembrano elmi… mentre la scultura si ripete nell'acciaio creando
una continuità dell'immagine riflessa e ripetuta).
Anche le incisioni, in cui e leggibile il valore "plastico"
dello scultore, ripetono la stessa smitizzante operazione. Qui si preme
sottolineare il segno grafico (dove non è senza eco l'intima amicizia
di De Lucia con Guerreschi e l'identità matrice di studio sotto
disertori) intessuto in modo di un gusto modernamente "liberty";
senza difficoltà possiamo ritrovare la critica acuta verso un "di
fuori" regolare, normale, permeato di perbenismo, ed è un
"di dentro" distorto e scavato dai mali che ci affliggono: e
sono ancora il sesso, il divismo, la pubblicità ad essere rappresentati,
o gli stimoli deteriori armigeranti che a livello consumistico, ci portano
ad acquistare il fucile o la pistola per i nostri bambini, per cui la
parola di pace cade nel vuoto e rimane una semplice occasione per un "discorso
di parole", interminabile prosopopea senza frutto, già tagliata
alle radici dagli egoismi di cui siamo, più o meno consapevolmente,
intessuti.
GUIDO
STELLA - Viaggio tra gli artisti bresciani: Giuseppe De
Lucia - La Voce del popolo - Brescia, 30 Marzo 1973.
Giuseppe
De Lucia si trova a Brescia dal 1959, ma non vi è così conosciuto
come artista quanto lo sono i suoi coetanei. Ha fatto poche mostre e la
sua partecipazione alla vita culturale cittadina è attenta ma discreta.
In questi mesi ha fatto una grande mostra a Parigi ( il pittore ha vissuto
vent’anni della sua fanciullezza e giovinezza in Francia che in
un certo senso è rimasta la sua seconda patria) ( gli anni di permanenza
in Francia sono dieci e non venti: N.d.R. ), ma non ne ha menato vanto
sui muri della città.
Il suo curriculum è dei più completi e coerenti. Accademia
di Brera sotto la guida di Aldo Carpi accanto a pittori oggi celebri,
Vespignani, Guerreschi (lapsus dell’autore: uno degli amici era
Romagnoni e non Vespignani. N.d.R.) Poi dalla pittura De Lucia si è
indirizzato progressivamente verso la scultura che è oggi, contemporaneamente
all’insegnamento dell’Educazione artistica in un Istituto
cittadino, la sua occupazione principale che egli svolge con l’impegno
metodico d’un professionista: Ma se la pittura è rimasta
in secondo piano, De Lucia coltiva con passione, un virus che in questi
anni si attacca a tanti artisti. Nella grafica, che è per lui una
sorta di diario segreto, si esprimono gli aspetti più sensibili,
più sfumati dell’uomo e dell’artista nella precisione
limpida del segno e nella carica umana non sopraffatta dall’intellettualismo.
La recente mostra collettiva all’A.A.B. ha portato a contatto con
il pubblico le sue ultime opere, permettendo di conoscerlo nel progresso
compiuto dalla mostra ormai lontana nel tempo, alla galleria “Il
Minotauro” che era stata accompagnata da un dibattito tra l’artista
ed alcuni amici e critici.
Quali le qualità, le caratteristiche dell’arte di De Lucia?
Ci sembra che la prima nota che risalta nella scultura e nelle incisioni
di questo artista di origine siciliana ( napoletana, N.d.R. ) sia il senso
della forma, della linea, della forma chiusa e spezzata, il sentimento
fortissimo dei valori plastici. Se De Lucia si abbandonasse a questa sensibilità
formale ci darebbe forse delle opere di squisita modellazione classica.
Si pensi ad altri scultori della sua terra, a Messina, a Greco, a Cappello,
al sentimento mediterraneo e greco che hanno della figura umana, dell’armonia
delle forme, della bellezza del volto e del corpo umano.
Ma in De Lucia c’è un altro elemento, una componente che
entra in ogni sua opera e che rivela un fondo costante dell’intelligenza
e della psicologia dell’artista. E’ il bisogno d’intervenire
con il suo lavoro nella situazione spirituale dell’uomo d’oggi,
di commentare da artista i problemi e le tragedie del suo tempo. Di qui
nasce l’aspetto di continua e sofferta polemica della sua scultura.
Sia che si tratti del fenomeno del divismo, della condizione negra, della
violenza, dell’oppressione occulta e palese, lo scultore si pone
sul piano del giudizio, della denuncia. Nulla di nuovo, nulla oggi di
più generale e divulgato, si dirà: è vero, ma si
deve aggiungere che questo artista dalla chiara acuta intelligenza e dal
bisogno di comunicare, di discutere, di prendere posizione, è stato
veramente uno dei primi della sua generazione a concepire l’arte
come intervento morale, “politico”, a farne strumento di un
discorso che impegna e coinvolga artista e interlocutore sui problemi
che ci assediano e non ci danno pace. E va aggiunto – è la
cosa più importante – che lo ha fatto da artista, senza ricorrere
a mezzi spuri, senza influenzare con elementi estranei sulla sua opera
che si presenta per quello che è e può valere sul piano
della figurazione artistica.
Proprio il confronto con la grafica, con le incisioni di De Lucia, partendo
dalle prime delicate opere di sapore intimista e realista di fantasia
e di tecnica, mostra come l’uomo dagli interessi civili abbia lasciato
tutto lo spazio necessario all’artista, sapendo che i piani non
vanno separati ma nemmeno mescolati in modo indebito.
Può nascere forse in qualcuno la nostalgia di quello che De Lucia
avrebbe potuto essere senza questo intervento continuo degli interessi
civili e morali, di quella bellezza di natura squisitamente estetica che
egli avrebbe potuto dare. Ma De Lucia, nella sua scelta di un’arte
impegnata, “sporca”, vuole essere così: non un epigono
neoclassico, ma uno scultore che spezza continuamente la forma non solo
a gustarla ma anche ad accettarla o rifiutarla per quello che presuppone
sul piano delle idee e non soltanto della forma estetica.
ATTILIO
MAZZA - Giuseppe De Lucia - Scultore e Grafico - Le
Firme - Brescia - Luglio 1976.
Ognuno
porta nel cuore i propri feticci: il denaro, il sesso, il successo, certi
miti. Sono idoli che falsano la vita, che vuotano l'uomo, che oscurano
la ragione. Su questo tema Giuseppe De Lucia ha lungamente meditato, anche
per noi, per tutti. Ed ha ricavato sculture provocanti, che non possono
lasciare indifferenti e che rivelano tutto il talento dell'artista.
De Lucia non è certo un uomo facile. Innanzitutto non è
facile per se stesso. Nel senso che dalla pelle vuole uscire per attingere
alla sostanza, ciò che per Aristotele è soggetto del divenire,
soggetto concreto che agisce e che subisce. Vuole giungere al fondo delle
cose, cogliere l'ingranaggio di tutto per trovare un nuovo spazio creativo.
Egli, ancora in senso aristotelico, si sente profondamente accidente,
determinazione della sostanza; come accidenti siamo noi e tutto. Non è
il caso di proseguire: finiremo per scrivere di De Lucia filosofo, anziché
artista, scultore, più propriamente. L'accenno a questa problematica,
tuttavia è indispensabile. Diversamente risulterebbe incomprensibile
in senso di una presenza, certo fra le più stimolanti perché
unisce razionalità e poesia.
Il padre lo avrebbe voluto commerciante. Invece ne è uscito un
artista. A nulla sono valsi gli studi di Ragioneria ai quali, a Milano,
il padre l'aveva indirizzato sui vent'anni, a corso ultimato, ha "contestato",
ha dato un calcio a tutto (la maggior parte degli studi li aveva compiuti
in Francia, dove la famiglia, durante il fascismo, era emigrata) e si
è iscritto a Brera. Ha potuto così assecondare quell'ingegnaccio
artistico che gli aveva reso insopportabili gli studi di ragioniere. Alla
scuola di Carpi si è innamorato della nostra pittura del Quattrocento,
una lezione fondamentale, base di tutto il suo cammino artistico. Poi
sono venuti altri amori: quello per Caravaggio, per Courbet, pittori "sociali",
testimoni ed interpreti del loro tempo. E naturalmente altri amori ancora,
a cominciare da Picasso. Un travaglio spirituale, insomma, illuminato
da alcuni fari di certezza, da alcuni spiriti che quel cammino avevano
già percorso.
Dopo l'accademia (dove si diplomò nel 1953), il vortice della vita:
l'insegnamento, il lavoro, la partecipazione a mostre, il matrimonio (1955)
ed i figli (Maurizio nel 1956, Paolo nel 1960, Giovanni nel 1963). Nel
1958 l'approdo a Brescia e l'insegnamento alla "Ugo Foscolo",
dove è ordinario dal 1960. Con il vortice della vita, quello della
ricerca dell'identità pittorico-espressiva, culminata con l'Espressionismo
Astratto (mostra nel 1962 all'A.A.B.). "Da quel momento la pittura
cessò di essere il mio principale mezzo espressivo. La crisi durò
tre anni. Nel 1965 pensai alla scultura: in un primo tempo utilizzai materiali
eterogenei, poi il bronzo".
Quella della scultura può sembrare una folgorazione, invece è
un traguardo naturale. Anche in pittura De Lucia è sempre stato
scultore. Gli studi accademici sulla pittura antica ebbero una chiave
tridimensionale: la scoperta delle linee, delle geometrie, dei volumi.
Per non dire dell'ultimo approdo pittorico, l'Espressionismo Astratto,
dovuto, a suo dire, al "bisogno di esprimermi attraverso uno spessore
che non fosse esclusivamente materiale". D'altra parte le sue opere
pittoriche - ed ancora oggi quelle di grafica che hanno la funzione di
"chiarimento e di verifica degli stadi della conoscenza artistica,
oltre che di rigoroso ed autonomo approfondimento delle possibilità
espressive" - ; le opere pittoriche, dunque, sono tutte fondate sulla
ricerca volumetrica, sugli spazi, più che sulle luci, o sul colore.
De Lucia 1965-1975, dieci anni di sculture. L'inizio fu ricerca di materia:
fare scultura con materiali diversi; rendere un'emozione attraverso molti
oggetti. Una specie di neo-dada, un "assiemaggio" (esposizione
alla Galleria Minotauro, 1967). Poi la maturazione, la conquistata consapevolezza
dell'importanza artigianale del lavoro dello scultore; la considerazione
del materiale non labile, destinato a durare nel tempo; l'accostamento
ad una figurazione espressionista-drammatica. Ed ecco la nascita graduale
dei feticci, un raggiunto equilibrio di forma e contenuto, di protesta
e di poesia (1970). L'ultima ricerca è orientata sul momento più
intimo, un recupero quasi dei sentimenti (maternità), un momento
emozionale, con figure quasi emergenti da piani d'acqua solidificata,
un avvalorare la parte per il tutto.
La ricerca di approdi non sono tutto. C'è un momento segreto dell'opera
di De Lucia che sfugge ad ogni catalogazione. E' forse il momento più
spontaneo, il bisogno dell'artista di tradurre in forma certi attimi della
vita, al di fuori e al di sopra di ogni riflessione. Queste opere danno
una dimensione "diversa" dell'artista, forse più "naturale".
Ed ecco la Donna al balcone, alta sintesi espressiva, oppure
L'incontro di Papa Paolo con Atenagora ("Ho voluto cimentarmi
anche con la scultura monumentale e celebrativa"). Ed ancora l'omaggio
a Quasimodo; oppure quello all'amico Guerreschi. Momenti
di verità, in cui sembra quasi che la sua vera natura trovi sfogo,
riesca a rompere la barriera razionale e problematica dell'uomo, per dar
vita ad opere da tempo imprigionate nel cuore. Ed in queste sculture,
forse più che in altre, emerge il vigore creativo.
Un altro aspetto della sua operazione, al quale tiene in modo particolare,
è quello della grafica. Uno momento - come detto - di verifica,
ed anche di liberazione: "riesco ad esprimere, nell'incisione, ciò
che non posso in scultura". Una valvola di sicurezza, insomma. Perché
la scultura non consente la rapidità; non permette di tradurre
con immediatezza, un'intuizione. Il passaggio attraverso la materia decanta
emozioni e sentimenti.
L'artista e la società. Come dire i contenuti. Ma lasciamo la parola
a De Lucia: "Superate le fase iniziali sono intervenuti i contenuti,
le convinzioni, cioè, di uomo: la critica sociale. La ricerca ha
come meta l'uomo integrale, alla Marcuse. Ma c'è sempre un'ombra
di dubbio". Ed anche: "L'artista non può operare astrattamente;
deve essere inserito nella società, deve essere protagonista del
proprio tempo". E l'arte, oggi, che senso ha? "L'importanza
di ogni ricerca. Non c'è progresso senza ricerca. La crescita fa
parte della stessa esistenza dell'uomo. La ricerca va premiata":
Il discorso è certo complesso, come complessa è la natura
dell'uomo. Dentro e fuori di noi ci sono tante nebbie. E' l'eterno dualismo
fra assoluto e relativo, fra essere e non essere. Ciò che importa
è la consapevolezza dell'involucro limitante che ci portiamo addosso.
Quella stessa consapevolezza che è molla alla creatività
di De Lucia, fra ragione e sentimento, fra dramma e poesia.
GIUSEPPE
ARCAINI - Introduzione alla mostra antologica dello scultore
Giuseppe De Lucia - Catalogo della mostra alla Rocca Sforzesca di
Soncino (CR) dal 18 al 31 Marzo 1984.
Un
discorso su un'opera d'arte, che voglia dirsi il più oggettivo
possibile dovrebbe essere condotto almeno idealmente, a due voci, quella
cioè dell'autore insieme a quella del lettore. Il primo ci potrebbe,
parlando della sua opera, illustrare dal punto di vista della soggettività
le sue intenzioni, il suo linguaggio e la sua poetica, l'altro potrebbe
dire quello che ha trovato e ritenuto. Pur senza entrare in definizioni
ricollegabili a questa o a quella corrente artistica, si può pensare
che un'opera non rechi un significato soltanto a chi l'ha ideata e fatta,
ma anche a chi la vede e la legge; di tale fatto o interpretazione sono
testimonianza, rinnovata ogni giorno, lo studio e la frequenza ai musei,
ai monumenti architettonici e scultorei ecc. …
Un dipinto, una scultura o un libro stanno ad una sorta di bivio; sono
quasi il luogo fisico d'incontro in cui convergono le forze fondamentali
che operano in ciascuno di noi, vale a dire il pensiero dell'artista nel
momento in cui realizza un suo progetto attorno all'uomo e le forze e
le idee che provengono dall'esterno.
Il primo aspetto, individuale, definisce l'artista, la sua per così
dire natura, il suo modo di essere e di stabilire relazioni con altri
uomini e le loro opere; nel secondo aspetto confluiscono le istanze, le
idee, i fatti sociali ecc. … che dall'aspetto stimolano l'artista
e lo provocano ad esprimersi in opere d'arte varie. Sia nel momento di
operare che nel momento di presentarsi al pubblico sono pensabili queste
due presenze - l'artista e gli altri - ; entrambi hanno un senso e un
valore ben preciso ed individuabili. Il movimento in una direzione o nell'altra
e le reciproche influenze giustificano l'atteggiamento dell'artista e
il significato delle sue opere.
Ed è questa la sede teorica di cui De Lucia giustifica la denuncia,
operata attraverso la sua opera, di quegli aspetti sociali che degradano
l'uomo, ora lasciandolo in preda ai suoi istinti, ora ponendolo nel poter
e nell'arbitrio di altri uomini. La individualità dell'artista
sta evidentemente anche nel suo modo di sentire e di produrre, liberamente
reagendo, opere che siano come una spartiacque tra gli altri e se stesso.
Il proprio dell'arte non è né questo aspetto isolato dagli
altri né quest'altro, perché nessuno dei due si ritrova
fisicamente separato; ma una sintesi o un modo di essere e di riproporre
in una diversa unità i temi che costituiscono l'umanità
dell'uomo. E' questa una visione altamente umana che va intesa nel suo
valore ideale, senza ambiguità ne tendenziosità, in modo
correttamente ingenuo. La solidarietà umana è l'aspetto
appariscente del modo di percepire il rapporto di sé con gli altri
e di porsi di fronte ai grandi temi, presenti nella vita e nella storia,
e svolti da De Lucia nella sua opera; e sono eros, l'amore; thanatos,
la morte; mitogonia, la distruzione dei miti; tolti i quali -
ma specialmente i primi - dell'uomo non rimane se non una vuota apparenza,
fatto privo dell'altro uomo che in qualche modo è dentro di noi.
Come se l'artista dicesse: "Se vuoi posso parlare in questo modo
per te e per me; poi anche tu dovrai parlare". E' una sorta di chiamata
di indubbio valore spirituale e morale che l'artista rivolge al suo lettore
e che coinvolge nel suo discorso. Il lettore ha trovato la sua "voce";
può, se vuole, e a sua volta, diventare anche l'autore di un messaggio.
Come ciascuno di noi, De Lucia, in momenti e circostanze diversi, è
stato coinvolto nei grandi fatti sociali e culturali e li ha vissuti drammaticamente;
tale ad esempio, il discorso di "Guerra e Pace", di
"Sottomissione", del "Potere", della
"Cintura di Castità" o della "Donna
in gabbia", nel quale ultimo egli mostra la donna ridotta alla
condizione dell'oggetto o dell'animale prigioniero e degradato, portata
da altri a tale stato (ma lei oggi non è forse, almeno in parte
consenziente?) che in questo mutamento trovano convenienza. La vittima
e l'autore della violenza sono davanti a noi; la prima sotto forma di
uno strano animale, il secondo ridotto all'inerzia del metallo della gabbia.
Ma sarebbe grave errore guardare queste opere soltanto per il loro significato,
pure alto, sociale ed umano di cui sono cariche e per due motivi.
Il primo è ancora dello stesso ordine: esse, cioè, non esauriscono
la loro funzione nell'aspetto della denuncia - quasi momento negativo
- ma propongono, per implicazione del contenuto, un lato costruttivo positivo:
recano, cioè, in sé una soluzione al problema, sia pure
in termini artistici; tolta la gabbia (dei pregiudizi) del dominio dell'uomo
sopra l'uomo o sulla donna ecc. …), chi vi è dentro troverà
la libertà. Ed il simbolo presenta questa difficoltà - che
ha anche un aspetto poetico dell'uso della materia intesa come aspetto
esteriore di un'idea.
Il secondo motivo è più importante: esso giustifica l'agire
stesso dell'artista ed è l'attuazione della bellezza, della significatività
della bellezza: se l'opera fosse brutta non avrebbe ne senso ne valore.
Tutta via su quest'aspetto importante si dirà soltanto che bello
non significa graziosità o facilità di lettura, quanto intima
relazione tra le forma trovate ed il tema da svolgere o un'idea pensata;
con il basso rilievo del "Necroforum" l'artista getta
uno sguardo carico d'angoscia sul modo di legiferare (vale a dire sul
modo di preparare alcuni punti di riferimento all'agire umano) e la rappresentazione
si unisce con un vincolo intimo e duraturo all'espressione della scena,
terrificante nella sua rarefazione.
Viene ovviamente spontaneamente alla mente il termine di simbolismo a
causa della presenza di questo rilievo dell'intenso appello alla realtà
mentale che viene evocata. Quel che vediamo può essere sufficiente
in se stesso, ma deve anche aprire una prospettiva sulle idee sugli ideali
ai quali attinge l'artista che crea e il lettore che guarda e legge le
opere ce ha davanti; ne l'uno ne l'altro, infatti, devono essere soli.
Queste opere sono una risposta di natura artistica ed estetica agli avvenimenti
che accadono attorno a noi, ma sono anche nel contempo oggetti autonomi
perché hanno in se la loro giustificazione artistica. Si veda a
questo proposito la "Nudo prono" che, secondo me, è
il punto più alto, la maggior perfezione formale raggiunta. Ma
neppure in questa statua di bronzo è permesso pensare a forme a
sé stanti, prive di significato. Sono forma che sempre svolgono
per così dire contenuti umani, dai quali partono e ai quali tornano
necessariamente ed in senso artistico, con soluzioni di raffinata sintesi.
Questa mostra presenta e raccoglie una scelta di opere e grafica elaborate
e prodotte in un lungo arco di tempo. Per questa ragione è interessante
ed istruttivo osservare sia un'evoluzione espressiva sia un condensamento
della meditazione artistica attorno ad alcuni temi ed ai tre "periodi"
che caratterizzano la produzione di De Lucia. E cioè tale mutamento
riguarda la maniera di osservare la realtà e quello di ripensare
e di presentar4la in modo sensibile e in chiave artistica; essa è
in relazione, non in dipendenza, con le condizioni storiche e culturali
esteriori, così come è anche autonoma espressione della
sua personalità.
Testimonia, altresì, questa rassegna, i numerosi interessi dell'autore
che si raggruppano alla sua scultura ed alla grafica, che hanno compreso
nel passato la pittura e comprendono tutt'ora la poesia.
De Lucia si forma studiando pittura all'accademia di Brera di Milano,
nell'immediato dopoguerra, in un periodo straordinariamente ricco di fermenti
e suggerimenti. Egli intende fondare la sua opera su alcune premesse;
innanzitutto afferma che pur essendo aperto alle correnti di pensiero
ed artistiche europee ed americane e alla istanze delle idee nuove sociali
e politiche, non intende disconoscere e rifiutare le radici culturali
della nostra civiltà mediterranea. I temi di questa ed alcuni schemi
stilistici si riconoscono, volutamente ripresi e riproposti con sensibilità
contemporanea, ad esempio, nella "Pamona"; il calore
e la corposità delle forme avvolgono per così dire l'asciuttezza
della stilizzazione, come nella "Gestante", nel "Nudo
Sex", ecc. … E' il caldo mondo della materia così
come è stato inteso e rappresentato fin dall'antichità per
esprimere la bellezza e la fecondità.
Il secondo punto è di carattere estetico; nella sintesi (tradizione
- attualità, arte - critica, artista - lettore, presente - passato,
ecc. …), uno occupa un posto di rilievo ed è quello del lavoro
in relazione con quanto tradizionalmente va sotto il nome di ispirazione.
Anch'egli, come il suo maestro Aldo Carpi, parla di un elemento della
forma, piuttosto complesso, un qualche cosa o quid simile alla
parte interna di un frutto, e lo identifica nello stile o piuttosto in
un'ulteriore unione, più profonda di creatività stilistica,
vale a dire di impulso creativo e di stile o forma. Tale elemento lo si
ritrova inconfondibile e a gradi di visualizzazione diversi negli altorilievi
polimaterici del "Homo" e della "Femina"
e nello stupendo ed ispirato ritratto bronzeo di Quasimodo che De Lucia
conobbe a Milano nel 1948, in cui sono sintetizzate le tre età
del Premio Nobel, ma pure nel gruppo di opere di espressione "astratta"
delle "Macchine Antropomorfe", si può pensare
che la forma sia ricercata quasi come fine a se stessa; il che è
evidentemente un errore, perché non soltanto egli rifugge da nessun
impedimento di qualsiasi genere, ma perché mantiene, rispetto alla
realtà umana, una grande disponibilità che lo induce a vedere
le cose del passato in modo rinnovato, privo di pregiudizi e di interferenze;
e soprattutto perché il lungo e paziente lavoro lo rendono di necessità
estraneo alla retorica e alle ideologie.
Accennerò infine ad un dato importante inerente la sua forma e
che egli stesso definisce come i "Piani-Luce", l'artista
definisce gli spazi secondo leggi matematico-geometriche e pittoriche.
Essi si ritrovano nella struttura della prima grafica con la partizione
geometrica della sezione aurea e del rettangolo dinamico altre che coi
valori chiaroscurali che hanno il compito non soltanto di creare la terza
dimensione, ma i piani di profondità, appunto, più o meno
luminosi, tali da dare maggiore o minore concretezza alle cose, anche
se con il concetto della "visio obtutu" e cioè della
conoscenza mediante l'esperienza del tatto oltre che della vista. Si ritrovano
nella scultura e con intento di compendiare in sintesi formale il contenuto,
sia nelle "Macchine Antropomorfe", sia in quelle dei
periodi precedenti come la "Nascita di Venere", il
"Nudo torto", la "Diva", ecc. …
Sul piano artistico e psicologico vogliono essere l'espressione palese
e visibile del controllo della forma sulla forza ed ancora talvolta della
violenza del sentimento. Si può, volendo, intenderli come uno strumento
per dominare con la passione per la forma, la materia e per sottrarla,
se mai ve ne fosse bisogno, all'improvvisazione. Per chiudere queste molto
brevi note sulle opere esposte e sulla persona dell'artista, dirò
che dal 1965 De Lucia si è dedicato definitivamente alla scultura.
Non è una scultura che togli materia, ma che procede per aggiunte
successive di creta o plastilina, a partire da un nucleo o da una struttura
metallica. L'aggiunta o la modellazione continua portano al prodotto finito,
perfezionando sia la materia sia l'idea che pur è stata meditata
a volte per molto tempo. Segue alla fase creativa della modellazione la
fase artigianale della formatura o del modello in cera per passare alla
fusione in metallo e infine alla rifinitura dell'opera. Tale è
il modo di costruire, o come si usa dire, di creare; e tale è pure
un tratto della personalità dell'artista; in questo modo, diciamo,
simbolico e concreto ad un tempo, egli contribuisce in modo positivo a
rispondere agli accadimenti ed ai fatti che ci coinvolgono.
Per questa ragione, come si è detto all'inizio, l'artista ed il
lettore (o fruitore) si incontrano intorno a queste opere, in modo che
è significativamente umano e artistico.
Hanno
scritto di De Lucia:
Giuseppe
Arcaini (BS), Andrea Bacci (CR), Paola Bellandi (BS), Gianluigi Be-rardi
(BS), Alessia Biasiolo (BS), Enzo Bruno (BS), Nicola Brunori (Chicago),
Dino Buzzati (MI), Elvira Cassa-Salvi (BS), Piero Castaldi (BS), Gianni
Cavazzini (PR), Gilberto Cavicchioli (BS), F. C. (RM), Jean Chabanon (Parigi),
Alberto Chiappani (BS), Gl. Col. (CR), Mauro Corradini (BS), Alfonso Daré
(BS), Raffaele De Grada (MI), Mario De Micheli (MI), Floriano De Santi
(BS), Vittorio De Simone (BS), Enzo Fabiani (MI), F. (Ferrari) (MN), Fr.
(MN), Vasco Frati (BS), Antonio Frova (MI), Guido Giuffrè (BS),
Gianfranco Giuliani (VA), Giuseppe Guerreschi (Sanremo), Mario Lepore
(MI), Francesco Loda (BS), Enzo Lo Faro (RM), L. L. (BN), Riccardo Lonati
(BS), Iginio Lopez (MI), Fausto Lorenzi (BS), Mario Lunetta (RM), Vittoria
Magno (TV), Giuseppe Mangano (Chicago), Bruno Marini (BS), Giacomo Massenza
(BS), Attilio Mazza (BS), Giannetto Mirko (BS), Salvatore Moffa (BN),
Hermanance Molina (Pari-gi), Luciano Mondini (BS), D. Secondo Moretti
(BS), Alberto Morucci (BS), Giuseppe Nasillo (TO), Piera Parietti (MI),
Franco Passoni (MI), Renato Prandi (TV), Guglielmo Poloni (BS), Nello
Punzo (NA), Réva Rémy (Parigi), Titta Rizzo (BS), Vinicio
Saviantoni (RM), A. S. (MN), A. S. (VR), Luigi Serravalli (VR), Luciano
Spazzì (BS), Guido Stella (BS), Roberto Tedoldi (BS), Giannetto
Valzelli (BS), Aldo Za-gni (BS), Alberto Zaina (BS)
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